Gimenez, lo studio e la scoperta dell'Adhd insieme al figlio: storia di un uomo che ha ritrovato un sogno
Uno dei più forti difensori degli ultimi anni, dopo aver scoperto insieme a suo figlio di essere affetto da un disturbo del neurosviluppo comunemente definito "deficit dell'attenzione" ha rimesso insieme i pezzi della sua vita, scoprendo i libri di scuola come un nuovo traguardo
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Guardarsi indietro è facile, difficile è capire quello che vedi. A volte succede, e scopri che ti manca qualcosa. È quello che sta facendo José Maria Gimenez, e un osservatore superficiale può fare fatica a immaginarsi cosa possa mai mancare a un calciatore di fama mondiale, capitano dell'Uruguay oltre che uno dei difensori più forti degli ultimi 10 anni, uno che ha vinto campionati e coppe europee sempre partendo da sfavorito - chi mai prima dell'inizio di un torneo ha messo in cima ai pronostici l'Atletico Madrid? - e che ha guadagnato in carriera oltre 30 milioni di euro netti al di là di sponsor e premi vari. La risposta è semplice: una diagnosi. Josema ha da poco appreso di essere affetto da Adhd, disturbo del neurosviluppo comunemente denominato come deficit dell'attenzione, che influisce sulla capacità di mantenere la concentrazione e controllare impulsi ed emozioni. Lo ha scoperto quando lo ha scoperto anche suo figlio di 8 anni, e come ha raccontato lui stesso in un'intervista ai canali dell'assocalciatori uruguaiana è stato come togliere un filtro alla sua vita. A partire dal rapporto con il bimbo: quando Josema gli parlava e il figlio non ascoltava, credeva semplicemente che non gliene fregasse nulla. "Ehi, ti sto parlando, portami rispetto, non puoi comportarti così", sbottava. Quando ha capito, ha pianto perché per gli 8 anni precedenti non era stato in grado di capirlo. Al piccolo ha detto "Sei speciale come papà, perciò dobbiamo prendere una pillola ogni mattina per cercare di concentrarci e rimanere calmi". Poi sotto questa luce ha riletto i suoi 31 anni e la sua carriera. E come ha sempre fatto in campo, ha marcato l'avversario nella maniera che meno ti aspetti.
Gimenez in campo non c'è bisogno di raccontarlo. Ora sta cercando nuovi stimoli in prestito con diritto di riscatto al Deportivo La Coruna, ma nel suo prime in maglia Atletico è stato uno dei più grandi interpreti del credo di Simeone oltre che l'incubo dei migliori attaccanti del mondo. A un fisico compatto e atletico e a quella marcatura all'ultimo sangue che si insegna in Uruguay univa una comprensione del gioco e dei movimenti altrui per cui se non ti anticipava non te lo toglievi mai di dosso, più altre tecniche meno convenzionali. Al suo esordio in Nazionale a 18 anni, per esempio, gli toccò la Colombia (qualificazioni mondiali) e nello specifico Radamel Falcao, all'epoca forse il miglior realizzatore puro al mondo: per novanta minuti gli parlò addosso senza insultarlo ma sfinendolo di domande senza il minimo senso tipo "Che macchina hai?", "Perché Venezuela, Ecuador e Colombia hanno gli stessi colori della bandiera?", "Come si scrive la parola settembre?". Finì che El Tigre uscì dai gangheri e sbaglio due gol: 2-0 per l'Uruguay facile facile. Da ragazzino a suo rischio e pericolo andava in tackle anche con la testa, e gli avversari contro di lui perdevano l'attimo buono per tirare perché non avevano idea di come avrebbe provato a contrastarli. Contro Messi usava una tattica opposta: l'attesa. Sapeva che Leo ti salta con l'ultimo tocco all'ultimo momento e lui gli teneva il passo senza intervenire, obbligandolo a prendere strade più convenzionali e dando tempo ai compagni di piazzarsi sulle linee di passaggio. Gimenez non ha mai risparmiato una goccia di sudore e furbizia, tutto quello che apprendeva lo metteva sul campo. E apprendeva molto velocemente. Il giochino delle domande, per esempio, l'aveva imparato da Leo Pilipauskas, cattivissimo mediano di Montevideo che lo marcò sul suo primo calcio d'angolo da pro' in cui gli toccò andare a saltare: mentre provava a liberarsi l'aveva chiamato "pelato" facendogli perdere la concentrazione. All'Atletico lo misero subito a bottega da Godin, ministro della difesa in Uruguay: gli spiegò le malizie europee, quello che qui gli arbitri fischiano e non fischiano, chi rispettare e chi no, e lui diventò l'allievo che supera il maestro al punto che quando Diego andò all'Inter dopo 9 anni di militanza colchonera gli lasciò il suo numero 2. Con Simeone non sono sempre state rose e fiori ma Josema apprezzava il fatto che il mister gli dicesse le cose in faccia senza girarci attorno: almeno un paio di volte non ne ha potuto più e ha adombrato l'idea di giocare altrove, ma poi i due si sono sempre parlati appianando le divergenze. Anche per questo il Cholo vedeva l'Atletico con lui più altri dieci, e certe volte se lo giocava persino a centrocampo o da mezzo rotto. Quando ha compreso a oltre 30 anni come funziona la sua testa, Josema ha notato che anche da piccolo era lo stesso: studiare gli piaceva, eppure veniva considerato come un bambino "difficile" perché non riusciva proprio a stare fermo. Non aveva problemi come tutti gli ripetevano a scuola, era semplicemente fatto così.
La scuola era la 176 del quartiere San Andres a Toledo, e Josema quando ne parla se la ricorda per tre motivi: la ricreazione, il tango e la maestra Mariela che gli aveva insegnato a ballarlo. Per tenerlo occupato Mariela gli dava due volte i compiti: quelli per tutti alla lavagna, più un'altra spiattellata di esercizi solo per lui, quando finiva i primi consegnava il quaderno e mentre lei correggeva gli toccavano i secondi. Per tre anni è stato promosso senza problemi se non quelli di iperattività in classe, il quarto diventò difficile perché gli allenamenti con il Danubio il pomeriggio iniziavano a diventare una roba seria e la scuola distava due autobus dal campo. Quasi due ore ad andare e due a tornare, per stare dentro a tutto doveva uscire di casa alle 6 e andare a letto senza cena: arrivò un giorno in cui la sveglia suonò e lui la spense perché non ce la faceva più. A 17 anni inoltre si trovò anche sul punto di mollare il calcio, perché sua sorella di tre anni più piccola rimase incinta e a casa Gimenez non si navigava nell'oro: la famiglia viveva con quello che portava a casa papà Jose Enrique che ogni mattina saliva su un motorino scassato e andava a scaricare casse di vino nel retrobottega di un locale. Con un bimbo in arrivo quei soldi non bastavano, serviva un altro stipendio. Josema così chiamò il suo agente e gli disse che non poteva più giocare perché doveva trovarsi un lavoro, quello gli chiese si pazientare qualche ora: era a Salto, dall'altra parte del paese, mollò a metà il pranzo e salì su un aereo privato, poco dopo era a casa Gimenez. "Tu il calcio non lo molli, ti aiuto io", il succo del discorso. A questo punto la scuola non era più all'ordine del giorno e Josema la mollò, ma il tarlo gli è rimasto "perché se avessi potuto frequentare le lezioni il diploma l'avrei sicuramente preso". Gli è rimasto a tal punto che un paio di anni fa ha preso tutta la famiglia e l'ha portata in Plaza Independencia al centro di Montevideo per visitare il più famoso monumento nazionale, il mausoleo del generale Artigas. "Ma è uno di quei posto dove vai in gita scolastica", gli ha detto la moglie Regina. "Io non l'ho mai fatta, una gita scolastica", la risposta.
Con la diagnosi dell'Adhd Josema Gimenez ha incastrato i pezzi del puzzle. Ha capito che tutto nella vita gli è costato di più, e forse proprio per questo è stato così bello guadagnarselo. Così, anche per dare a suo figlio un esempio tangibile del fatto che tutto è possibile, ha deciso di riprendere gli studi mollati una dozzina di anni fa. L'opportunità gliel'ha data l'assocalciatori uruguaiana che organizza Bachillerato Trayectos, un programma che permette ai calciatori di conciliare gli studi con il pallone. Segue le lezioni dove può e come può, il fuso orario gli gioca contro perché sono in Uruguay e lui vive e gioca in Spagna, ma non se ne perde una e non vuole che il lavoro gli entri in tackle: un giorno era l'unico della classe di spagnolo senza webcam accesa ma l'hanno giustificato, la stava seguendo nel pullman verso l'Emirates perché tra poche ore avrebbe dovuto giocare contro l'Arsenal. I compiti supplementari adesso se li dà da solo, e ha pure riabbraciato la maestra Mariela durante un viaggio di ritorno in Sudamerica. Quando gli chiedono il suo sogno non sbandiera coppe e coppette perché quelle le ha già vinte, ma indica la laurea e soprattutto una cerimonia in cui lui discute e i suoi figli saranno in prima fila: "studiare - dice - non ti dà solo conoscenza ma anche forza di volontà e quella soddisfazione di dire a te stesso 'ce l'ho fatta'. Fa migliorare anche nel calcio, aiuta a prendere scelte migliori in campo. E magari ti fa bene anche dopo, perché se ti va bene e guadagni tanto poi devi anche sapere cosa fare con quei soldi". A casa prima di andare a dormire si è ritagliato il suo tempo libero per ripassare le lezioni. A volte suo figlio gli fa: "Papà, perché non vai a letto?". "Perché devo studiare". "E perché devi studiare? Ormai sei grande". E Jose Maria Gimenez risponde: "Perché non è mai troppo tardi per realizzare un sogno".
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Questo articolo è tratto da Extratime, newsletter G+ sul calcio estero a cura di Giulio Di Feo, pubblicata ogni venerdì. Per iscriversi e per informazioni sulle altre newsletter della Gazzetta clicca qui
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Fonte originale: La Gazzetta dello Sport (www.gazzetta.it) →
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Trasparenza & Conformità Legale: Questo contenuto è puramente informativo ed educativo in conformità alle Linee Guida AGCOM (Delibera 132/19/CONS) e alle disposizioni del Decreto Dignità (D.L. 87/2018). Il gioco è vietato ai minori di 18 anni e può causare dipendenza patologica.